#MICIA
I racconti di #MICIA
Le avventure di Micia tra l’orto, il fienile e la soffitta del casolare.
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#1 La scatola della primavera
Tra le colline, l’orto e un vecchio fico, il casolare dei nonni sembrava avere sempre qualcosa da raccontare. Micia lo sapeva bene: quella mattina era entrata in cucina per cercare una matita e aveva trovato un piccolo progetto.
Sul tavolo c’erano alcune bustine di semi, già puliti e asciutti.
«Li conserveremo per la primavera», spiegò la nonna. «Ma prima dobbiamo sistemarli.»
Lillo, il coniglio dalla sciarpa verde, propose di metterli nella scatola da cucito. Pucci, il cagnolino bianco e nero, vi infilò il naso e trovò soltanto rocchetti e nastri.
«Qui è già tutto occupato.»
Chia, la chiocciola, indicò una piccola scatola di legno vuota sotto la panca.
La pulirono e la portarono sul tavolo. Le bustine entravano benissimo, ma erano tutte uguali. Micia ne sollevò due.
«Come sapremo dove sono le zucche e dove i girasoli?»
La nonna riconobbe i semi e le mostrò quale disegno fare su ogni busta. Micia disegnò una zucca arancione e un fiore giallo. Lillo preparò un separatore di cartoncino, mentre Pucci teneva ferme le bustine con una zampina.
Chia controllava che ogni disegno rimanesse visibile.
Quando finirono, Micia aggiunse due foglioline verdi su un’etichetta per la scatola. Scelsero un posto asciutto sulla mensola della dispensa.
«La chiameremo scatola della primavera.»
Pucci guardò fuori: dal fico cadeva una foglia dorata.
«Però adesso è autunno.»
«Appunto», rispose Micia. «Ci terrà da parte una sorpresa per quando tornerà il caldo.»
Lillo sistemò il coperchio. Chia sorrise.
Prima di uscire, Micia cercò di nuovo la matita. Era dietro la scatola.
«La prossima cosa da sistemare», disse ridendo, «sarà un posto per questa.»
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#2 Una casa per la matita
Il mattino dopo aver sistemato la scatola della primavera, Micia tornò in cucina con una decisione: anche la matita doveva avere un posto tutto suo.
La trovò sul tavolo, accanto ai ritagli usati per le etichette. Cominciò a disegnare un girasole, poi si voltò per salutare Franci, la chioccia appena arrivata dal cortile.
La matita rotolò verso il bordo.
Pucci la fermò con una zampina, senza prenderla in bocca.
«Questa non sa stare ferma.»
Micia la posò sul coperchio della scatola da cucito. Appena la nonna aprì la scatola, dovette spostarla di nuovo.
«Qui sarebbe sempre in viaggio», osservò Franci.
Provarono un barattolo vuoto. La matita sparì quasi completamente al suo interno: Micia riusciva appena a raggiungerla.
Chia, dallo sgabellino, guardò il vetro alto.
«Ci serve un posto da cui possa anche uscire facilmente.»
La nonna trovò una tazzina blu e bianca che non usava più. Era abbastanza bassa: la matita rimaneva in piedi con una buona parte fuori dal bordo.
Micia la infilò e la riprese. Una volta, poi un’altra.
«Questa è della misura giusta!»
Franci suggerì di metterla vicino al punto in cui disegnavano. Pucci controllò che la tazzina non fosse sull’orlo del tavolo. Chia indicò un ritaglio rimasto libero.
Micia vi disegnò una piccola matita arancione e lo fissò alla tazzina come etichetta.
Quando tutto fu pronto, riprese il disegno del girasole e lo finì. Poi riportò la matita nella sua nuova casa.
Franci sorrise.
«E domani saprai dove cercarla.»
Pucci guardò la tazzina, soddisfatto.
«Purché nessuno le offra una passeggiata.»
Micia rise. Sulla mensola riposavano i semi; sul tavolo, finalmente, riposava anche la matita.
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#3 La foglia sotto il foglio
La mattina seguente, Micia trovò la matita nella tazzina blu e bianca, proprio dove l’aveva lasciata. La prese insieme a due fogli: voleva disegnare all’aperto.
Lillo e Pucci l’accompagnarono alla vecchia quercia, vicino al pozzo coperto. Oltre il muretto si vedevano i filari della vigna e le chiome argentate degli ulivi.
Accanto a una larga pietra piatta li aspettava Betta, la pecora dal fiocchetto lilla.
«Qui le foglie sembrano piccole mani», disse, mostrandone una caduta sull’erba.
Micia distese il foglio sulla pietra, vi appoggiò la foglia e cominciò a seguirne il contorno. Una folata la spostò. Micia riprese il disegno, ma la foglia girò ancora.
Pucci tenne fermo un angolo della carta con una zampina.
«Il foglio adesso resta. È la foglia che vuole passeggiare.»
Lillo propose un sassolino, ma copriva proprio la parte da disegnare.
Betta osservò i due fogli.
«E se mettessimo la foglia sotto, come sotto una coperta?»
Micia provò. Sistemò la foglia sotto la carta e passò piano la matita quasi di lato, senza premere troppo.
Comparve una linea. Poi un’altra. Le nervature formarono un piccolo albero dentro la forma della foglia.
«Si vede anche quello che prima non riuscivo a copiare!»
Lillo raccolse un’altra foglia per il suo turno. Pucci continuò a tenere ferma la carta e Betta controllò che sotto non ci fossero pieghe.
Quando finirono, ripartirono senza staccare nulla dai rami. Il pozzo rimase alle loro spalle, tranquillo sotto la quercia.
Al casolare Micia rimise subito la matita nella tazzina e mostrò i disegni alla nonna.
«Domani potremmo provare una foglia d’ulivo.»
Pucci guardò il foglio.
«Quella avrà bisogno di una coperta molto più stretta.»
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#4 Il pesciolino di carta
La mattina dopo, Micia prese la matita dalla tazzina e infilò due fogli fra le pagine di un vecchio catalogo. Dopo la foglia di quercia, voleva provare quella d’ulivo.
Pucci la seguì lungo il sentiero. Nell’oliveto trovarono Franci e Toto: la chioccia sistemava alcune olive cadute in un vassoio di vimini, mentre il maialino le portava quelle raccolte sul telo.
«Cerchiamo una foglia già caduta», spiegò Micia.
Toto ne indicò una accanto al tronco contorto. Era stretta e argentata da un lato, verde dall’altro.
Micia si sedette sul telo color ruggine. Appoggiò il catalogo chiuso sulle ginocchia, mise la foglia sotto un foglio e strofinò piano la matita.
Il disegno venne così pallido che lei aggrottò le sopracciglia.
«La quercia si vedeva meglio.»
Toto allungò il musetto per guardare.
«Forse questa foglia è timida.»
Franci si avvicinò, incuriosita.
«Proviamo a girarla. Sotto le dita, i due lati non sembrano uguali.»
Micia sollevò la carta e voltò la foglia. Questa volta comparvero un bordo sottile e una nervatura lunga.
Pucci inclinò la testa, sorpreso.
«Sembra un pesciolino senza coda!»
Micia scoppiò a ridere. Accanto all’impronta disegnò una coda, un occhio e tre bollicine. Toto volle aggiungere un pesce più tondo: assomigliava molto al suo naso.
Prima di ripartire rimisero la foglia sotto l’ulivo e aiutarono Franci a piegare il telo.
Al casolare, Micia ripose la matita nella tazzina. La nonna guardò i due pesci di carta.
«Domani potreste osservare il laghetto. Chissà quanti altri disegni vi aspettano.»
Pucci fissò le bollicine.
«Speriamo che non serva una matita impermeabile.»
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#5 Il cerchio che non stava fermo
Il giorno seguente, Micia portò il vecchio catalogo, due fogli e la matita al laghetto. Voleva vedere se i pesci veri somigliavano a quelli disegnati nell’oliveto.
Pucci camminava avanti, fermandosi a ogni fruscio. Lillo li raggiunse vicino alle canne, con la sciarpa verde salvia un po’ storta.
Sulla riva asciutta, Micia si inginocchiò e posò il catalogo chiuso sull’erba, con un foglio sopra. Nell’acqua non si vedevano pesci. Si vedevano invece una nuvola, qualche canna e due orecchie lunghissime.
«Quelle sono mie», precisò Lillo, sdraiandosi sull’erba per guardare meglio.
Micia stava disegnando la nuvola quando qualcosa fece pluf. Alzò di scatto la matita e Pucci sollevò una zampina, sorpreso.
Una ranocchia verde riemerse e si arrampicò su un sasso basso.
«Sono Kiki. Vi ho schizzato?»
«Solo il riflesso», rispose Micia. La nuvola si era spezzata in tante striscioline.
Intorno al sasso correvano cerchi sempre più larghi. Micia tentò di copiarne uno, ma quando guardò di nuovo era già cambiato.
Provò ancora. Un cerchio sparì, un altro raggiunse le canne. Lei arricciò il naso, contrariata.
Lillo indicò il foglio.
«Puoi disegnarlo com’era quando l’hai visto.»
Micia ci pensò. Disegnò un cerchio piccolo e altri due più grandi intorno. Poi aggiunse Kiki sul sasso e le orecchie riflesse di Lillo.
«Ora almeno le mie orecchie non scappano», disse il coniglio.
Kiki rise così forte che mosse di nuovo l’acqua. Stavolta Micia rise con lei.
Al casolare, il disegno rimase ad asciugare accanto a quello del pesciolino: una goccia aveva bagnato un angolo. La matita tornò nella tazzina.
«Domani troviamo un posto anche ai disegni», decise Micia.
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#6 Una criniera di paglia
La mattina dopo, il disegno del laghetto era asciutto. Micia lo sistemò nel vecchio catalogo insieme al pesciolino e alle foglie: voleva trovare una copertina per tenerli tutti insieme.
Lillo propose di chiedere a Max. Il cavallo abitava nella stalla, dove il nonno conservava anche scatole, spago e cartoncini.
Li accolse affacciando il muso sopra lo sportello. Aveva il mantello color castagna, una piccola stella bianca sulla fronte e la criniera scura, spettinata da qualche filo di paglia.
«Il nonno ha lasciato due cartoncini puliti nell’armadietto», disse. «Forse fanno al caso vostro.»
Micia li prese e appoggiò tutto sopra una balla di paglia legata. I fogli, però, scivolavano sulla superficie inclinata.
«Aspettate, li tengo io», disse Lillo.
Un filo di paglia solleticò il naso di Max. Il suo starnuto fece volare il disegno del pesciolino.
Micia rimase con le zampine aperte e la bocca spalancata.
«Adesso sa anche volare!»
Lillo lo ritrovò sul pavimento asciutto, accanto alla mangiatoia. Non si era rovinato. Max abbassò le orecchie, mortificato.
«Volevo aiutarvi, non soffiare via il mare.»
Micia gli accarezzò il muso.
«Hai inventato un pesce volante.»
Spostarono i cartoncini su una cassa dal coperchio piatto. Con l’aiuto del nonno, li unirono lungo un lato con una striscia di tela; due nastrini avrebbero tenuto chiusa la cartellina.
Micia disegnò Max sulla copertina. Per copiare la criniera osservò i fili di paglia rimasti fra i suoi ciuffi.
Il cavallo guardò il ritratto, fiero.
«Questa pettinatura la tengo.»
Al casolare, i disegni entrarono nella nuova cartellina. Micia la posò sulla mensola, lontano dagli schizzi del lavandino.
La matita tornò nella tazzina. Un filo di paglia, invece, era rimasto dietro il suo orecchio.
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#7 Un cuscino per le pesche
La cartellina con il ritratto di Max era al sicuro sulla mensola quando la nonna chiamò Micia. Nel frutteto c’erano pesche mature da raccogliere per la merenda.
Toto portò una cassetta bassa e Chia li raggiunse lungo il sentiero. Fra i rami pendevano frutti gialli e rosa, morbidi come piccole guance.
Micia teneva già una pesca nella zampina. Allungò l’altra verso un ramo basso e ne staccò una seconda con una lieve torsione.
«Questa profuma fin quaggiù», disse Chia, sollevando le antenne.
Toto si inginocchiò accanto alla cassetta e vi posò il primo frutto. La pesca rotolò verso un angolo. Lui la fermò subito, con le sopracciglia aggrottate.
«Non voglio che facciano a botte durante il viaggio.»
Micia guardò il legno del fondo.
«Forse serve un cuscino.»
La nonna aveva lasciato un panno pulito sulla staccionata. Micia lo distese nella cassetta, ma al centro rimase una grossa piega. La prima pesca vi salì sopra e scivolò di nuovo.
Chia allungò il collo.
«Il cuscino ha una montagna in mezzo.»
Toto sollevò il frutto. Micia spianò il panno, ripiegandone i bordi lungo le pareti, e riprovarono. Stavolta la pesca rimase ferma.
Ne sistemarono altre accanto, in un solo strato, lasciando quelle ancora dure sui rami.
«Niente castelli di pesche», decise Toto.
«Solo un dormitorio», rispose Micia.
Portarono la cassetta al casolare tenendola uno per lato. Chia li aspettava alla soglia, arrivata per la scorciatoia sotto la siepe.
La nonna lavò i frutti e ne tagliò uno per la merenda.
Toto osservò la cassetta.
«Le abbiamo sistemate così bene che quasi mi dispiace svegliarle.»
Poi assaggiò una fettina e cambiò subito idea.
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#8 Il mistero del coperchio
Dopo la merenda con le pesche, Micia riportò al nonno la cassetta vuota. Lo trovò nel capanno degli attrezzi, intento a sistemare una cerniera dello sportello.
Una vanga e un rastrello erano appesi alla parete. Sul banco stavano tenaglie, spago, vecchi bulloni e una scatola con pezzetti di ferro di ogni forma.
Pucci annusò l’aria e si acciambellò vicino alla porta. Nico, il merlo, si posò sul davanzale.
«Mi manca una rondella», disse il nonno. «Un dischetto di ferro con un buco al centro. Era in questo barattolo.»
Micia guardò dentro. C’erano due dadi, una vite e un bottone che non c’entrava proprio nulla.
«Forse la rondella è uscita a passeggiare.»
Versò il contenuto in un piattino e spostò il barattolo. Da qualche parte arrivò un piccolo tic.
Pucci alzò un orecchio, senza alzarsi.
Micia controllò sotto la cassetta. Niente. Nico inclinò la testa verso il banco.
«Ho sentito il rumore quando hai mosso il coperchio.»
Micia lo sollevò e sentì ancora tic. All’interno, sotto una piccola calamita fissata dal nonno, brillava la rondella.
«Si era nascosta sul soffitto!»
Il nonno sorrise. Usava quella calamita per tenere a portata di mano i piccoli pezzi durante le riparazioni. Aveva richiuso il barattolo dimenticandosi proprio di quello.
Micia gli porse il coperchio e lui recuperò la rondella. Poco dopo lo sportello tornò a muoversi senza dondolare.
«Mistero risolto», annunciò Nico.
Pucci si stiracchiò e si rimise comodo. Aveva seguito tutta l’indagine con un orecchio solo.
Di ritorno in casa, Micia depose il bottone nella scatolina da cucito della nonna.
«Tu, invece, avevi sbagliato barattolo.»
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#9 Tre becchi sotto il portico
La mattina dopo l’avventura nel capanno, Micia trovò sul davanzale un piattino preparato dalla nonna: conteneva mangime con semini minuti per i pulcini di Franci.
Li portò sotto il portico. La bicicletta del nonno era appoggiata al muro, accanto alla porta verde, con il cestino davanti e il campanello che brillava al sole.
Sul pavimento di cotto camminavano Franci e tre piccoli batuffoli gialli. Chicco arrivò per primo, seguito dagli altri due, che si fermavano a ogni fuga fra le mattonelle.
Micia prese un pizzico di semini e lo lasciò cadere davanti a sé.
I tre pulcini corsero tutti nello stesso punto. Uno allungava il collo, un altro girava di lato e Chicco continuava a trovarsi dietro le loro codine.
«Un momento», disse Micia. «Qui c’è posto per tutti, ma sembra una merenda in un francobollo.»
Franci chiocciò piano e i piccoli si voltarono verso di lei.
Micia allargò il gesto della zampina. I semini caddero in un piccolo ventaglio sul pavimento, come una pioggerella dorata.
Questa volta ogni pulcino trovò il proprio spazio. Chicco abbassò il becco, poi alzò subito la testa, soddisfatto.
«Pio!»
«Credo che abbia detto buonissimo», tradusse Micia.
Franci li guardava con un’ala appena scostata dal corpo. Uno dei piccoli seguì un semino fino all’ombra della bicicletta, lo beccò e tornò dagli altri.
Micia si sedette accanto al pilastro, tenendo il piattino sulle ginocchia. Aspettò prima di spargerne ancora.
Dal cortile arrivavano il fruscio del fico e il rumore della nonna che scuoteva una tovaglia.
«Oggi il portico ha tre piccoli musicisti», pensò.
Facevano soltanto pio, ma non entravano mai tutti insieme.
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#10 La lentiggine del mulino
Il giorno dopo la merenda dei pulcini, Micia accompagnò il nonno al mulino per ritirare un sacchetto di farina. Lillo e Betta vennero con loro.
Il sentiero passava fra un campo di grano dorato e filari di mais. Vicino al ruscello crescevano cavoli e larghe foglie di zucca.
Dietro una curva apparve il mulino: muri di pietra, tetto rosso e una grande ruota di legno. L’acqua arrivava da un canaletto, riempiva le cassette lungo il bordo e le faceva scendere, mettendo in movimento la ruota.
Mentre il nonno entrava, gli amici si fermarono sul sentiero asciutto, dietro la staccionata.
«Conto quanti giri fa prima che torni», annunciò Micia.
«Uno, due, tre, quattro…»
Lillo la guardò, perplesso.
«Ma stai contando i pezzi di legno che passano.»
Micia si interruppe. Aveva già perso il punto.
Betta seguì il bordo della ruota con gli occhi.
«Quella cassetta ha una macchiolina rossa. Sembra una lentiggine.»
Micia la individuò in alto. La vide scendere, sparire dietro il muro del canaletto e poi risalire.
«Eccola di nuovo!»
«Quello è un giro intero», disse Lillo.
Aspettarono che la lentiggine tornasse nello stesso posto. Micia sollevò un dito. Al passaggio successivo ne sollevò due.
Quando comparve il nonno con la farina, la macchiolina era tornata tre volte.
«Tre giri per un sacchetto», dichiarò lei.
«Per l’attesa di questo sacchetto», precisò Betta, sorridendo.
Ripresero il sentiero fra le coltivazioni. Il nonno raccontò che la nonna avrebbe preparato delle focaccine.
Micia si voltò ancora verso la ruota.
«Allora domani, quando ne assaggerò una, penserò alla lentiggine.»
Lillo si toccò il naso.
«Io spero di non trovarmi una lentiggine di farina.»
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#11 Il secchio che cambiava voce
La mattina seguente, dalla cucina arrivava il profumo delle focaccine preparate con la farina del mulino. Prima di fare colazione, Micia andò nella stalla di Molly. Pucci la accompagnò trotterellando.
La mucca aveva grandi chiazze castane sul mantello bianco, orecchie marroni e un musetto rosa. Sollevò la testa dalla mangiatoia per salutarli.
«Arrivate giusto in tempo.»
Lillo li aspettava con un secchio pulito e un bidoncino per portare il latte al casolare.
Micia si lavò le zampine e si sedette sullo sgabello basso accanto a Molly. Sistemò il secchio e cominciò a mungere con gesti delicati, come le aveva insegnato il nonno.
I primi getti fecero un suono squillante: tin, tin, tin.
Pucci drizzò un orecchio. Lillo teneva il coperchio del bidoncino e muoveva appena il naso a tempo.
Dopo un po’, però, il rumore diventò più morbido. Non sembrava più lo stesso secchio.
Micia aggrottò le sopracciglia.
«Si è stancato di cantare?»
Molly voltò appena il muso verso di lei.
«Guarda che cosa c’è dentro.»
Micia si fermò un momento e appoggiò una zampina sulla propria gamba, lasciando l’altra sullo sgabello. Nel secchio c’erano latte e qualche bollicina.
Lillo indicò il fondo: all’inizio i getti incontravano il metallo; adesso cadevano sul latte già raccolto.
«Allora il secchio non è stanco. Ha cambiato voce!»
Pucci appoggiò il mento sulle zampine. La seconda voce gli piaceva: sembrava una piccola pioggia.
Finita la mungitura, Micia e Lillo riempirono il bidoncino e lo chiusero. Ringraziarono Molly e tornarono al casolare.
La nonna scaldò il latte e mise le focaccine nel cestino.
Micia bevve un sorso e si ritrovò un baffetto di schiuma.
«Il mulino ci ha dato la farina, Molly il latte. Io ho trovato i baffi della colazione.»
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#12 Il fiore che salutava
Dopo la colazione con latte e focaccine, Micia seguì il sentiero che passava dietro il casolare. Fra querce, tigli e castagni c’erano quattro arnie: una azzurra, una gialla, una verde e una rosa.
Raffa, la volpe dal petto crema e dalla coda con la punta bianca, l’aspettava vicino a un vecchio ceppo.
«Senti come ronza questo posto?»
Le api andavano e venivano sopra il prato fiorito. Micia si fermò sul sentiero, dove una campanula azzurra spuntava fra due ciuffi d’erba.
Un’ape si posò sul fiore e lo stelo si piegò piano.
«Buongiorno anche a te», disse Micia, facendo un piccolo inchino.
Raffa si voltò. L’ape era già ripartita e la campanula si era raddrizzata.
«Con chi parli?»
«Con un fiore molto educato.»
La volpe sollevò un sopracciglio, perplessa. Si sdraiò accanto al ceppo, con il muso appoggiato alle zampine.
Aspettarono.
L’ape tornò, ronzando vicino alla campanula.
«Sono Flo. State aspettando qualcuno?»
«Un altro saluto», rispose Micia.
Flo si posò e il fiore si chinò di nuovo. Questa volta Raffa vide tutto.
«Credo che il saluto arrivi insieme all’ospite.»
Flo ripartì. La campanula tornò dritta.
Micia scoppiò a ridere: era il piccolo peso dell’ape a far piegare lo stelo.
«Allora siete una coppia di ballerine!»
Flo descrisse un giro nell’aria e raggiunse un altro fiore. Raffa la seguì con gli occhi, sorridendo.
Prima di tornare al casolare, Micia fece un ultimo inchino alla campanula. Il fiore rimase immobile, ma non le dispiacque.
Dalle arnie colorate arrivava un ronzio fitto. Sotto le larghe chiome degli alberi, il prato sembrava avere mille piccole conversazioni in corso.
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#13 Un bottone con le ali
Lasciate le arnie e il fiore che salutava, Micia raggiunse il bordo del campo di grano. Pucci l’aspettava sul sentiero, con una spiga caduta vicino alle zampine.
Il vento passava fra gli steli dorati, piegandoli tutti dalla stessa parte. Sul margine crescevano papaveri e qualche filo d’erba ancora verde.
Micia notò un piccolo cerchio rosso su una foglia. Aveva puntini neri e brillava al sole.
«Un bottone!»
Si chinò per guardarlo meglio. Il bottone fece tre passi.
Pucci sollevò la testa, sorpreso.
«I bottoni della tua salopette sanno farlo?»
«Solo quando cammino io.»
Dal cerchietto spuntarono due antenne.
«Sono Bea», disse la coccinella. «E questa foglia sta facendo un viaggio molto agitato.»
Una folata la fece oscillare di nuovo. Micia avvicinò una zampina aperta, tenendola ferma accanto al bordo. Bea vi salì da sola.
Pucci si sedette per osservare senza urtarla. Micia rimase accovacciata, con gli occhi pieni di curiosità.
«Dove vuoi andare?»
«Su quel papavero. Da lì vedo bene il sentiero.»
Micia si spostò piano fino al fiore, ma prima che potesse avvicinare la zampina, Bea aprì il dorso rosso. Comparvero due piccole ali leggere.
La coccinella volò sul papavero e richiuse il suo cappottino a puntini.
Micia rimase a bocca aperta.
«Questo bottone ha anche le ali!»
«Allora non perderlo dalla tasca», scherzò Pucci.
«Non era nella mia tasca. Era già in viaggio.»
Rimasero un momento ad ascoltare il fruscio del grano. Poi ripresero la strada verso il casolare.
Micia controllò i due bottoni dorati della salopette: erano ancora al loro posto.
Per sicurezza, però, domandò sottovoce se qualcuno avesse intenzione di volare.
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#14 Una bevuta senza fretta
La mattina dopo l’incontro con Bea, Micia raggiunse l’abbeveratoio vicino al pascolo. Molly l’aspettava accanto alla lunga vasca di pietra, mentre Lillo era seduto sull’erba.
L’acqua era ancora bassa. A un’estremità della vasca c’era una pompa grigio metallo, con una leva curva e il beccuccio rivolto verso l’interno.
«Oggi provo io», disse Micia.
Afferrò l’impugnatura con tutte e due le zampine e cominciò a muoverla. La leva salì, poi scese. Dal beccuccio arrivarono prima qualche goccia e un piccolo gorgoglio, poi un getto limpido.
Micia sorrise, soddisfatta.
Per riempire la vasca più in fretta, accelerò. L’acqua cadde a spruzzi e qualche gocciolina raggiunse il bordo.
Molly abbassò il muso, ma subito lo rialzò: uno schizzo le aveva fatto il solletico al naso.
Lillo mosse le orecchie.
«Credo che Molly preferisca bere, invece di farsi la doccia.»
Micia si fermò, un po’ contrariata. Stava cercando di aiutare.
La mucca la guardò con calma.
«Mi stai aiutando. Possiamo soltanto prendercela più piano.»
Micia riprese la leva con un movimento regolare. Su e giù, senza correre. L’acqua continuò a scendere nella vasca e gli spruzzi si fecero più piccoli.
Molly tornò ad abbassare il muso. Questa volta rimase lì, bevendo tranquilla.
Lillo appoggiò le zampine sulle ginocchia e osservò il livello salire.
Quando l’acqua fu abbastanza alta, Micia lasciò fermare la leva. Il getto si assottigliò e cessò.
Molly sollevò il muso con una goccia ancora attaccata al naso.
«Grazie. Proprio quello che ci voleva.»
Micia guardò le proprie zampine bagnate e rise.
«Tu hai fatto una bevuta. Io una piccolissima doccia.»
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#15 Un po’ di riposo dopo tanta salita
Dopo aver aiutato Molly all’abbeveratoio, Micia prese un cestino e raggiunse Roby, il gatto tigrato, sulla strada di terra che saliva dietro il pascolo. Volevano portare alla nonna qualche ciliegia matura.
Ai lati crescevano querce e castagni. Più in alto comparve un ciliegio enorme: il tronco era largo, i rami si allungavano sopra la strada e fra le foglie brillavano coppie di frutti rossi.
Vicino all’albero, le viti correvano lungo bassi sostegni di legno, con foglie grandi, viticci arricciati e grappoli d’uva nera.
«Quell’ombra sembra fatta per una sosta», disse Roby.
Micia raccolse poche ciliegie da un ramo basso e le mise nel cestino. Poi lo posò sul sentiero per riposare le zampine.
Il fondo rimase inclinato. Una ciliegia uscì e cominciò a rotolare verso valle.
Roby la fermò con una zampina.
«Questa vuole tornare al casolare prima di noi.»
Micia riprese il cestino, contrariata.
«Non possiamo neanche sederci?»
Da dietro il tronco comparve Tobia, il pastore maremmano dal pelo bianco. Cercava anche lui un posto fresco.
«Fra quelle due radici c’è un pezzetto di terra piano.»
Micia provò. Il cestino restò fermo, al riparo del tronco.
Si sedette sulla radice più larga, mentre Roby si accomodava nell’erba. La strada continuava a salire davanti a loro, ma lì non c’era più fretta.
Tobia si distese accanto a Roby, allungando le zampe sull’erba.
«Adesso anche le ciliegie possono riposare.»
Micia guardò il cestino e sorrise.
Quando ripartirono, lo tenne con entrambe le zampine. Al casolare, la nonna lavò i frutti e ne sistemò alcuni in una ciotola.
Micia raccontò della ciliegia in fuga.
«Per fortuna Roby le ha ricordato che la merenda si fa insieme.»
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#16 Il rametto che faceva il solletico
Dopo la sosta sotto il ciliegio, Micia aveva scoperto quanto fosse piacevole camminare senza fretta. Quando arrivò l’autunno, tornò sul sentiero dietro il casolare con un piccolo cestino. Questa volta cercava qualche rametto di pungitopo per decorare il davanzale.
Nel sottobosco le foglie scricchiolavano sotto le zampine. Fra le radici ricoperte di muschio spuntava una felce; poco più avanti, alcune bacche rosse brillavano nel verde.
Micia si accovacciò.
«Eccovi qui!»
Raccolse un rametto corto e lo appoggiò nel cestino, ma la punta rimase impigliata nel manico. Provò a spingerlo più in basso: il rametto si piegò e le sfiorò un baffo.
Micia arricciò il nasino.
«Sei venuto a farmi il solletico?»
Lo girò dall’altra parte. Stavolta la punta sporgeva oltre il bordo e si agganciò alla salopette quando lei si alzò.
Micia si fermò subito. Tornò ad accovacciarsi e liberò piano il tessuto.
Per un momento guardò il cestino come se fosse lui ad aver combinato il pasticcio. Poi notò che il rametto era semplicemente troppo lungo per stare di traverso.
Lo sistemò lungo il bordo, con il gambo sotto il manico. Finalmente rimase fermo.
Ne raccolse soltanto un altro, più piccolo, lasciando le altre bacche sui cespugli. Prima di ripartire si tolse dalla zampina una foglia secca che aveva fatto tutto quel lavoro insieme a lei.
Al casolare mise i due rametti in un vasetto sul davanzale. Uno pendeva leggermente verso la finestra.
Micia sorrise.
«Puoi guardare fuori. Basta che non ricominci con i miei baffi.»
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#17 La cantina risponde
Il mattino dopo, i due rametti di pungitopo erano ancora nel vasetto sul davanzale. Micia li sistemò meglio, poi scese in cantina a cercare un cestino per le castagne.
Appena aprì la porta, sentì odore di legno e di pietra fresca. Grandi botti di vino riposavano sui sostegni lungo le pareti. Una lanterna illuminava i cerchi di ferro; dalla finestrella entrava una striscia di luce chiara.
«Buongiorno», disse Micia.
Dalla volta arrivò un saluto più debole.
Micia si fermò. Guardò dietro una botte, poi nell’angolo della damigiana. Non c’era nessuno.
«Chi ha parlato?»
Le ultime parole tornarono indietro, leggere.
Micia spalancò gli occhi. Appoggiò una zampina sul fondo rotondo della botte più grande e inclinò la testa.
«Sei stata tu?»
La botte rimase immobile.
Micia aspettò, poi provò a sussurrare. Stavolta non sentì quasi nulla. Disse il proprio nome un po’ più forte e lo udì ripetersi sotto i mattoni.
Finalmente sorrise: era l’eco della sua voce.
Fece un passo indietro e batté piano le zampine. Anche quel suono rimbalzò fra le pareti. Vicino alla porta, invece, sembrava già meno lungo.
Micia ripeté la prova due volte, cambiando posto. Si divertì tanto che si dimenticò del cestino, finché non lo vide appeso a un gancio proprio accanto all’uscita.
Lo prese e tornò verso le scale.
«Arrivederci!»
La cantina le restituì un pezzetto di saluto.
Micia rise.
«Puoi tenerlo. Domani te ne porto un altro.»
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#18 Il conto delle stelle
Quella sera, dopo la scoperta dell’eco in cantina, Micia raggiunse Pucci, Tobia e Lillo nel prato dietro il casolare. Il cielo era blu profondo e le stelle brillavano come minuscoli punti d’oro.
Tobia si distese nell’erba. Pucci gli si sistemò vicino, mentre Lillo avvolse meglio la sciarpa intorno al collo.
«Le contiamo?» propose Micia.
Cominciò dalla stella più luminosa sopra la quercia. Una, due, tre… Alla nona, Pucci indicò con il musetto un altro gruppo più in alto.
Micia alzò lo sguardo e perse il punto.
«Quella l’avevo già contata?»
Lillo mosse un orecchio.
«Io sono arrivato a dodici, ma forse ho contato due volte le stesse.»
Tobia sorrise.
«Allora abbiamo un cielo molto affollato.»
Micia riprovò, seguendo una fila di lucine. Poi ne vide una più debole fra due stelle grandi e si fermò di nuovo. Più guardava, più sembravano comparirne.
Abbassò la zampina, un po’ delusa.
«Non finirò mai.»
Pucci inclinò la testa.
«Dobbiamo proprio finirle?»
Micia rimase in silenzio. Poi sollevò una zampina verso tre stelle vicine.
«Quelle mi fanno pensare a un cestino.»
«Io ci vedo una carota», disse Lillo.
Tobia guardò lo stesso gruppetto.
«Per me è un cuscino.»
Pucci rise: «Tu vuoi sempre sdraiarti!»
Restarono lì a inventare figure, ognuno trovando qualcosa di diverso. Quando una brezza fresca mosse l’erba, tornarono verso la finestra illuminata del casolare.
Micia diede un’ultima occhiata al cielo.
Aveva perso il conto, ma adesso sapeva dove cercare il suo cestino d’oro.
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#19 Una piadina sotto le luminarie
La sera dopo aver contato le stelle, Micia andò alla festa di paese con Pucci e Lillo. Sopra la piazza brillavano fili di lampadine rosse, verdi, blu e dorate. L’orologio del municipio spuntava fra i tetti.
«Queste almeno non si spostano mentre le conto», disse Micia.
Poi arrivò un profumo così buono che si dimenticò subito delle luci.
Sotto una tenda a righe, Franci aveva preparato una bancarella di specialità romagnole: piadine calde impilate, formaggi sui taglieri e salumi affettati. In una ciotola c’era del formaggio morbido, bianco come una nuvola.
Micia scelse una piadina con prosciutto, formaggio e rucola. Franci la ripiegò e gliela porse dentro una tasca di carta.
Micia la prese con una zampina e si voltò verso Lillo per mostrargliela. La piadina si inclinò e una foglia di rucola cominciò a scivolare.
«Aspetta!» esclamò Pucci.
Micia mise subito l’altra zampina sotto la carta. La foglia rimase sul bordo, tremando appena.
Franci sorrise.
«Le cose buone meritano due zampine.»
Micia raddrizzò la piadina e la tenne ben ferma. Pucci e Lillo si avvicinarono al banco, divertiti dal piccolo salvataggio.
Franci preparò anche le loro: una con prosciutto per Pucci e una con formaggio e rucola per Lillo.
I tre amici trovarono una panchina ai margini della piazza. Da lì vedevano la bancarella, l’arco di luminarie e il quadrante illuminato del municipio.
Micia diede finalmente il primo morso.
«Allora?» chiese Lillo.
Lei sorrise, aspettò di aver finito di masticare e rispose:
«Questa festa ha proprio un buon sapore.»
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#20 La soffitta dei giochi dimenticati
La mattina dopo la festa di paese, Micia salì in soffitta per cercare una scatola vuota. Voleva sistemare i nastri rimasti nel cassetto del cucito.
Sotto le grandi travi di legno c’erano scatoloni, un vecchio baule e coperte piegate. Dall’abbaino entrava una luce dorata che faceva brillare la polvere nell’aria.
Micia sollevò un foglio di carta spiegazzata. Sotto comparve un trenino di legno. Poi trovò una trottola, una palla blu e arancione e un razzo con la punta rossa.
«Ma allora eravate tutti qui!»
Si sedette sul tappeto e posò il razzo davanti alle zampine. Appena lo lasciò, però, quello si inclinò da un lato.
Micia lo raddrizzò. Il razzo tornò a dondolare.
«Non vorrai partire storto.»
Fra le costruzioni trovò un martelletto. Lo prese, ma prima di usarlo si fermò a guardare meglio: una delle alette era appoggiata proprio sulla piega del tappeto.
Micia tenne fermo il razzo con una zampina e lasciò il martelletto abbassato nell’altra.
«Forse non sei tu quello da aggiustare.»
Scostò il giocattolo, distese la piega e provò di nuovo. Stavolta il razzo rimase diritto.
Per festeggiare, mise due cubetti ai lati e immaginò una rampa di lancio. Il trenino avrebbe portato i passeggeri; la palla, naturalmente, sarebbe stata un pianeta.
Quando scese, Micia aveva trovato una piccola scatola vuota per i nastri. Lasciò i giochi ordinati sul tappeto, pronti per mostrarli agli amici.
Sulla scala si voltò ancora verso il razzo.
«Aspettateci. Il viaggio comincia dopo merenda.»
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#21 La pioggia delle olive
Il pomeriggio dopo il viaggio immaginato in soffitta, Micia raggiunse Pucci, Lillo e Franci nell’oliveto. Sotto i tronchi contorti avevano steso grandi reti verdi. Fra le maglie riposavano già olive chiare e scure.
Micia prese il piccolo pettinino di legno e cominciò da un ramo basso. Ogni passata faceva cadere qualche oliva con un ticchettio leggero.
«Sembra una pioggerella», disse Pucci.
Lillo raccolse due lembi della rete vicino alla cassetta. Franci, intanto, separava le foglie dalle olive in un vassoio di vimini.
Micia voleva finire tutto il ramo prima degli altri. Allungò le zampine, pettinò ancora e sentì le braccia diventare pesanti. Tre goccioline di sudore le spuntarono vicino alla fronte.
Sospirò.
«Questo ramo non finisce mai.»
Proprio allora un’oliva rimbalzò sulla rete e rotolò dietro una piega. Pucci la seguì con il musetto.
«Questa, invece, vuole scappare!»
Micia abbassò il pettinino e si chinò a cercarla. La trovò insieme ad altre due, nascoste sotto una foglia.
«Qui sotto c’è un altro raccolto.»
Lillo le mostrò come sollevare piano il bordo della rete. Le olive rotolarono verso la cassetta, ma una foglia arrivò per prima.
Franci la tolse ridendo.
«Tu non sei invitata al frantoio.»
Micia aiutò Lillo con la rete mentre riposava le braccia. Poi bevvero un po’ d’acqua all’ombra del tronco.
Quando riprese il pettinino, scelse un rametto più vicino e lavorò senza fretta. Il ticchettio ricominciò.
Pucci drizzò le orecchie.
«È tornata la pioggia.»
Micia sorrise.
«Per fortuna abbiamo portato le reti invece degli ombrelli.»
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#22 La valle delle balle di paglia
Il giorno dopo la raccolta delle olive, Micia lasciò riposare il pettinino e salì lungo il sentiero delle querce. Voleva vedere fin dove si riusciva a guardare dalla cima della collina.
Il campo era dorato di stoppie. Grandi balle di paglia rotonde riposavano sul pendio, con i fili arrotolati in spirali fitte. Da lontano sembravano piccole; da vicino, una superava quasi Micia.
Arrivata accanto alla più grande, si fermò e portò una zampina sopra gli occhi per ripararsi dal sole.
Sotto di lei si aprivano campi, filari e stradine. Fra i cipressi riconobbe il tetto del casolare.
«Eccoti! Da quassù sembri una casetta per le bambole.»
Micia fece qualche passo per osservare la spirale della balla. Quando tornò a cercare il tetto, però, non lo vide più.
Si alzò sulle punte. Niente.
Si spostò verso la quercia e scrutò fra i rami. Ancora niente.
«Non puoi essertene andato mentre guardavo la paglia.»
Poi abbassò gli occhi: davanti a lei c’era proprio il fianco della grande balla, che le nascondeva un pezzo della valle.
Micia tornò sui propri passi. Il tetto ricomparve oltre il bordo dorato.
Scoppiò a ridere.
«Nascondino! Ma io non avevo ancora cominciato a contare.»
Restò un poco a guardare le altre balle sparse sul pendio. Sembravano tutte ferme ad aspettare il loro turno.
Quando riprese il sentiero, riconobbe il bivio sotto le querce e scese tranquilla verso casa.
Al casolare raccontò alla nonna di averlo perso di vista.
«Per ritrovarlo», spiegò, «è bastato fare due passi. Per fortuna non ho dovuto spostare la balla!»
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#23 Sogni d’oro
Quella sera, dopo la passeggiata fra le balle di paglia, Micia salì nella sua cameretta. Dalla finestra il cielo passava dal rosa al blu, e le colline diventavano ombre leggere.
La lampada a olio illuminava le travi del soffitto. Sul comodino, la radiolina suonava una melodia piano piano.
Micia si infilò nel lettino e tirò sulle gambe la morbida coperta color panna, con stelle blu e dorate e piccoli razzi. Poi guardò il telescopio bianco accanto alla finestra.
«Solo un’occhiata al cielo, prima di dormire.»
Ma proprio mentre scostava la coperta, arrivò uno sbadiglio enorme. Micia portò una zampina alla bocca e rimase seduta contro il cuscino.
Provò a riaprire bene gli occhi. Un secondo sbadiglio fu ancora più lungo.
«Forse il cielo può aspettare un momento.»
Per riprendere il filo della melodia, ascoltò la radio. Sentì tre note, poi un piccolo borbottio. Abbassò lo sguardo: non era la radiolina. Era il suo pancino, che aveva deciso di accompagnare la musica.
Micia rise sottovoce.
La nonna si affacciò alla porta per darle la buonanotte. Micia le raccontò del concerto e poi indicò il telescopio.
«Volevo fare un ultimo viaggio.»
«Puoi ripartire domani», rispose la nonna, rimboccandole la coperta.
Micia guardò il mappamondo sulla mensola, accanto ai libri. Poi seguì con una zampina un razzo disegnato sul tessuto.
«Questo, intanto, parte da qui.»
La nonna spense la radio e la lampada. Nel silenzio rimase soltanto la luce del crepuscolo.
Micia appoggiò la testa sul cuscino. Il telescopio poteva aspettare: lei aveva già trovato un posto morbido da cui partire.
«Sogni d’oro», sussurrò la nonna.
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#24 Passeggiata fino al laghetto
Il giorno dopo la grande dormita, Micia aveva di nuovo le zampine piene di energia. Nel pomeriggio raggiunse il laghetto con Lillo e Pucci, portando una ciotolina di mais.
Si sedettero sul piccolo pontile. Fra le canne ondeggiavano piumini chiari, e un germano reale di morbida stoffa scivolava sull’acqua, con la testa verde e una macchia blu sull’ala.
Micia lasciò cadere pochi chicchi. Il germano alzò il becco, poi continuò tranquillo verso le foglie galleggianti.
«Non ci ha visti», bisbigliò Pucci.
Micia stava per chiamarlo, quando Lillo le sfiorò la manica.
«Guarda davanti a lui.»
Una brezza leggera spingeva alcuni chicchi proprio verso le foglie: il germano li aveva già notati.
«Ha trovato una scorciatoia!» disse Micia.
Provò a seguire con gli occhi un chicco vicino al pontile. Per un momento lo perse fra i riflessi chiari. Pucci indicò una piccola increspatura con il musetto.
«Eccolo!»
Micia ne lasciò cadere soltanto altri due. Il germano voltò dolcemente e si avvicinò al pontile, raccogliendo i chicchi senza fretta. Dietro di lui, una scia curva si allargava sull’acqua.
Lillo seguì quel percorso con lo sguardo.
«È passato dalle foglie e poi è tornato qui. Ha fatto una passeggiata anche lui!»
Quando la ciotolina fu quasi vuota, Micia la posò accanto a sé. Rimasero a guardare il loro nuovo amico nuotare verso le canne.
Poi il vento mosse i piumini, e Pucci starnutì così piano da sorprendere perfino se stesso.
«Andiamo», rise Micia. «Prima che il laghetto ci risponda!»
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#25 Un concerto nel laghetto
Quella sera Micia stava chiudendo le imposte del casolare quando sentì un suono arrivare dal bosco.
«Cra… cra-cra… cra.»
Poi silenzio. Poi, di nuovo, tante voci insieme.
Micia inclinò un orecchio. Sembrava che qualcuno stesse provando una canzone senza riuscire a cominciare.
Prese la vecchia lampada a olio e seguì il sentiero. La luce scivolava sulle radici e sulle foglie, mentre fra i rami comparivano piccoli pezzi di cielo stellato.
A ogni curva il rumore si faceva più vicino. Ma quando Micia raggiunse il laghetto, tutto tacque.
«Ho sbagliato posto?»
Restò ferma sulla riva. Davanti a lei c’erano soltanto acqua scura, canne e il riflesso tremolante della luna.
Poi una voce gracchiò proprio accanto alle sue zampine.
Micia sobbalzò. Una ranocchia era seduta su una pietra bassa.
«Ah, eri tu!»
Dall’altra sponda rispose un’altra rana. Una terza si unì da qualche parte fra le canne e, poco dopo, il laghetto intero tornò a cantare.
Micia provò a seguirne il ritmo battendo piano una zampina sul ginocchio. Ma appena pensava di averlo imparato, una voce entrava prima e un’altra si prendeva una lunga pausa.
«Questo concerto è più difficile del previsto.»
Si sedette su un tronco, posando la lampada accanto a sé. Smise di contare e rimase ad ascoltare.
Quando si alzò per tornare, il coro si interruppe ancora. Micia aspettò immobile.
Una rana fece un piccolo «cra».
«Buonanotte anche a te», sussurrò.
Dietro di lei, lungo il sentiero, il concerto ricominciò.
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#26 Gita al mare con gli amici
La mattina dopo il concerto delle rane, Micia raccontò tutto a Lillo e Pucci. Poi il nonno propose una gita al mare, e i tre amici prepararono il cestino della merenda.
Quando arrivarono, l’acqua era turchese e così limpida che si vedeva la sabbia sul fondo.
Mentre Lillo e Pucci sistemavano il cestino all’ombra di un pino, Micia arrotolò i risvolti della salopette e raggiunse la riva.
Un’ondina le bagnò le zampine.
«Uh! Freschina!»
Fece un passo indietro, poi tornò avanti. Proprio allora un piccolo granchio rosso spuntò accanto a una pietra.
Micia si fermò. Il granchietto sollevò una chela.
«Ciao! Ti sei bagnato i piedi anche tu?»
Provò ad avvicinarsi piano, ma lui si spostò di lato. Micia girò un poco e il granchietto fece un altro passetto laterale.
«Aspetta… questa strada non va mai dritta!»
Dal pino arrivò una risatina. Lillo e Pucci la stavano raggiungendo.
Micia provò a imitare il nuovo amico: un passo di lato, poi un altro. Un’onda le accarezzò le caviglie e cancellò le sue impronte.
«Il mare ci ha rifatto il pavimento», osservò Pucci.
Rimasero immobili mentre il granchietto passava davanti a loro e raggiungeva la sua pietra. Micia gli lasciò tutto lo spazio necessario.
Poi Lillo chiamò la merenda. I tre tornarono sotto il pino, lasciando sulla sabbia una fila di impronte un po’ storta.
Micia guardò il mare e sorrise.
«Oggi abbiamo imparato un passo nuovo.»
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#27 La pagina sottosopra
Il giorno dopo la gita al mare, Micia entrò nella vecchia biblioteca del paese. Voleva scoprire come si chiamasse il granchietto rosso incontrato sulla riva.
Fra gli scaffali trovò un grande libro con una conchiglia dorata sulla copertina. Lo sistemò sul tavolo e si arrampicò sulla poltroncina.
Alla prima pagina comparvero fiori azzurri. Alla seconda, foglie. Poi un cerchio blu pieno di puntini dorati.
Micia inclinò la testa.
«Forse i granchi abitano vicino alle stelle?»
Girò un’altra pagina. C’era una pianta con le radici rivolte in alto.
Spalancò gli occhi e rimase con una zampina sospesa sul foglio.
«Questa biblioteca ha delle idee proprio strane.»
Provò a leggere le piccole righe sotto il disegno. Le lettere sembravano fare capriole. Si avvicinò, si allontanò, poi sbuffò piano.
Un segnalibro blu spuntava dal bordo del volume. Micia lo sfiorò e notò la nappina: invece di pendere verso di lei, era rimasta dall’altra parte del tavolo.
Guardò di nuovo le radici. Poi le lettere.
«Aspetta un momento…»
Chiuse con cura il libro, lo girò e lo riaprì.
Le radici tornarono sotto terra. Le lettere si misero in fila. Il cerchio blu diventò una mappa del cielo.
Micia rise così forte che subito si coprì la bocca con una zampina.
«Scusate», sussurrò agli scaffali.
Il libro parlava di fiori e costellazioni. La conchiglia sulla copertina era soltanto una decorazione.
Prima di cercarne un altro, Micia lasciò il segnalibro alla pagina delle stelle.
«Il granchietto può aspettare. Questa figura, adesso, la voglio capire.»
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#28 Un prato per la meditazione
Dopo il pomeriggio in biblioteca, Micia aveva ancora in testa fiori, stelle e pagine da girare. Anche seduta sotto la quercia continuava a pensare al grande libro.
«Proviamo a stare qui senza fare niente?» propose Lillo.
Franci chiamò gli amici dal cortile. Arrivarono Pucci, Tobia, Betta, Toto e Max. Ognuno trovò un posticino nel prato.
Micia incrociò le zampine, appoggiò le mani sulle ginocchia e chiuse gli occhi.
Per un momento sentì soltanto il vento fra le foglie.
Poi pensò alla merenda.
Poi al granchietto del mare.
Poi si domandò se tutti gli altri stessero pensando alla merenda come lei.
Aprì un occhio. Pucci stava sistemando una zampina sull’altra. Toto cercava una posizione comoda, mentre Max aveva abbassato il muso verso l’erba.
«A me vengono un sacco di pensieri», bisbigliò Micia.
«Anche a me», rispose Betta. «Stavo contando le margherite.»
Lillo sorrise senza aprire gli occhi.
«Io ascolto le foglie. Quando mi distraggo, torno ad ascoltarle.»
Micia riprovò. Inspirò piano e sentì il profumo dell’erba. Una folata le mosse i baffi. Da qualche parte un insetto ronzò, poi si allontanò.
Questa volta non cercò di indovinare dove andasse.
Rimasero così per qualche minuto, vicini e tranquilli, finché il pancino di Toto fece un piccolo brontolio.
Pucci aprì gli occhi. Poi Micia. Poi scoppiarono tutti a ridere.
«Il prato era silenzioso», disse Toto, «ma io avevo qualcosa da aggiungere.»
Franci si alzò per prima.
«Allora continuiamo la meditazione dopo la merenda.»
Micia raccolse il cestino. Il libro poteva aspettare ancora un po’.
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#29 Mare o montagna? Mare e montagna!
Dopo la giornata nel prato, Micia aveva trovato un nuovo posto dove stare tranquilla: davanti alla finestra, con una cartolina delle Dolomiti fra le zampe.
«Al mare abbiamo bagnato i piedi», disse. «Chissà che cosa si fa lassù.»
«Si cammina!» rispose Lillo.
Pucci guardò le cime appuntite e inclinò la testa. Sembravano richiedere parecchi passi.
Qualche giorno dopo erano proprio fra quelle montagne, con caschetti, scarponcini e imbragature. Davanti a loro, una breve ferrata saliva lungo la roccia chiara.
Micia appoggiò un piede sul primo gradino di ferro. Poi cercò il successivo.
«Uno alla volta», mormorò.
Lillo la seguiva con le orecchie che ballonzolavano sotto il caschetto. Pucci, poco più avanti, li aspettava su una larga sporgenza.
A metà salita, Micia si fermò. Stava cercando un altro gradino quando Lillo indicò qualcosa accanto alla sua scarpa.
Una campanula viola cresceva in una fessura della roccia.
«È arrivata fin quassù senza scarponi», osservò il coniglio.
Micia rise e ripartì. Quando raggiunsero il punto di sosta, si sedettero a riprendere fiato. Sotto di loro, i prati si stendevano fra boschi e casette minuscole.
Pucci tirò fuori dallo zainetto il sacchetto della merenda. Era tutto schiacciato.
«I biscotti hanno fatto una salita difficile», disse Micia.
Li divisero lo stesso, raccogliendo le briciole dal tovagliolino.
«Allora?» domandò Lillo. «Meglio il mare o la montagna?»
Micia guardò le cime, poi le sue scarpine impolverate. Pensò all’acqua turchese e al granchietto rosso.
«Mare e montagna! Però, dopo questa salita, tornerei volentieri a bagnarmi i piedi.»
Pucci si tolse uno scarponcino e sospirò.
Lui era già pronto.
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#30 Una casetta sullo schermo
Tornata dalle Dolomiti, Micia aveva riempito un quaderno di disegni: montagne appuntite, finestrelle e piccoli rifugi di legno.
Le era venuta un’idea: progettare una casetta per i giochi da mettere sotto il portico.
Quella sera accese la lampada del laboratorio. Le radio riposavano sulle mensole e, fuori dalla finestra, brillavano le stelle.
Sul portatile disegnò quattro pareti, un tetto e una porta. Poi aggiunse una finestra rotonda.
Sembrava tutto pronto.
Finché provò a sistemare dentro un tavolino.
Non ci stava.
Micia lo rimpicciolì. Adesso entrava, ma le sedie bloccavano la porta.
Si aggiustò gli occhialoni neri e ricominciò.
Spostò una parete, allargò l’ingresso e girò il tavolo. Sul foglio accanto al computer comparvero tante cancellature.
Quando Lillo bussò, Micia si stava passando una zampina sulla fronte.
«Sto costruendo una casetta dove non riesce a entrare nessuno», sospirò, con un piccolo sorriso.
Il coniglio guardò il modellino sulla scrivania.
«E se il tavolo lo mettessimo fuori? Sotto il portico c’è già il tetto.»
Micia rimase immobile per un momento.
Poi cancellò il tavolo dal disegno.
Dentro comparve finalmente lo spazio per un tappeto, una scatola di costruzioni e una mensolina per i libri.
«E la porta?» chiese Lillo.
Micia la allargò ancora un pochino.
«Così passano anche le tue orecchie.»
Lillo le sollevò, come per prendere la misura.
Guardarono il progetto e scoppiarono a ridere.
Prima di spegnere i computer, Micia salvò il lavoro con un nome preciso: Casetta, tentativo numero sette.
Per costruirla ci sarebbe voluto ancora tempo. Ma, almeno sullo schermo, adesso potevano entrarci tutti.
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Il primo racconto arriverà presto.
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